La storia qualche volta bussa alle nostre porte e senza averlo deciso si diventa protagonisti di grandi eventi. A Josef Koudelka è accaduto la mattina presto dell’8 agosto 1968, quando sentì lo sferragliare dei carri armati che stavano spegnendo con i loro cingoli quella che viene ricordata come la Primavera di Praga. Da un anno aveva lasciato la carriera di ingegnere aeronautico per dedicarsi unicamente alla sua passione: la fotografia. Trentenne (è nato nel ’38 a Boskovice) è così diventato un testimone della storia raccontando con le sue immagini l’occupazione della sua patria e la fine del sogno del “socialismo dal volto umano” rappresentato da Alexander Dubcek. Tra le tante foto che Josef Koudelka fece in quei giorni, e che con grandi difficoltà riuscì a far arrivare in Occidente solo qualche anno dopo per essere poi pubblicate senza il suo nome per evidenti motivi di sicurezza, ce n’è una che spicca sulle altre. E’ quella che riprende l’avanbraccio del fotografo con l’orologio ben in vista e, sullo sfondo, piazza Venceslao deserta, in attesa che irrompano i tank sovietici. Quello scatto è testimonianza storica, e dimostra anche che l’autore in quel momento era consapevole di fissare il momento decisivo, la cesura tra un prima e un dopo. Lì, in quella piazza, a quell’ora. Seguono tanti altri scatti che Koudelka fece per le strade, immortalando l’estrema, vana resistenza dei praghesi. Si vede la gente che circonda i carri armati per parlare con i giovanissimi soldati sovietici (molti dei quali uscirono da questa esperienza con gravissimi traumi), e che mostra il petto alle mitragliatrici, che solleva indici accusatori. Gente di tutte le età, di tutti i ceti, ma soprattutto ragazzi, e non solo cechi, ma anche stranieri arrivati a Praga come turisti e per l’indignazione scesi anche loro in piazza a ingrossare i cortei di protesta (tra questi anche un ventunenne Massimo D’Alema). Si vede la gente che marcia innalzando la foto di Jan Palach, lo studente che si uccise dandosi fuoco per protestare come un bonzo vietnamita contro l’esercito invasore. Ma Koudelka ci mostra anche il volto della sconfitta, come in quella foto in cui si vede un anziano in primo piano davanti a dei palazzi butterati per le raffiche di mitraglia e altra gente che appare rassegnata, vinta come il vecchio. Due caratteristiche risaltano nelle fotografie che Kouldelka fece in quei drammatici giorni. Due caratteristiche che si ritrovano separate nel resto della sua produzione. La prima è l’attenzione per gli esseri umani, la stessa che ha dimostrato nei suoi reportage alla scoperta del mondo degli zingari. Ha girato tutta l’Europa per conoscerli, capirli, descriverli. Ha fotografato i ragazzini rom che, come tutti i loro coetanei, mostrano muscoli possenti solo ai loro occhi. Il giovane arrestato che, in manette, viene portato via. La famiglia raccolta a vegliare una giovane parente morta, in un’atmosfera solenne, che sembra un quadro fiammingo. L’uomo accovacciato che parla al suo cavallo (e anche qui sembra di vedere un olio antico). L’altra caratteristica è l’attenzione, nelle sue inquadrature, per le geometrie e per le forme delle cose. Un’attenzione più che evidente nell’immagine del giovane davanti al carro armato con il braccio teso, che sembra dividere le parallele formate dai binari del tram da quelle dei cavi elettrici sospesi in aria. Nella produzione più tarda di Kouldelka questo interesse per la geometria degli spazi, per le linee, si è accentuata fino al punto da escludere gli umani per esaltare solo la forma delle cose. Ma è un’assenza quasi sempre solo apparente, come quando riprende le rovine di un tempio di Olimpia, dove risaltano le scanalature delle colonne doriche, ricordo del lavoro umano che ha trasformato quei blocchi di pietra in elementi architettonici. E in questo periodo ha dismesso la sua Leica per utilizzare un obiettivo grandangolare con il quale ha fatto le sue foto panoramiche degli spazi, spessissimo verticali. Panoramiche verticali: in apparenza un ossimoro, che invece dà risultati di grande fascino.

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Sometimes history is knocking at our door and without having decided to become protagonists of great events. In the early morning of August 8, 1968 Josef Koudelka has happened, when he heard the rattle of tanks they were shutting down their tracks what is known as the Prague Spring. For a year he had left a career as an aeronautical engineer to pursue his passion: photography. Thirty-year-old (he was born in ‘ 38 in Boskovice) has thus become a witness of story telling with his images the occupation of his homeland and the end of the dream of “socialism with a human face” represented by Alexander Dubcek. Among the many photos that Josef Koudelka did in those days, and that with great difficulty he managed to get to the West just a few years later and then be published without his name for obvious safety reasons, there is one that stands out over the others. She’s the one who takes up the upper limb of the photographer with the watch prominently and in the background, Wenceslas square deserted, waiting for the Soviet tanks come crashing in. That shot is historical evidence, and also shows that the author was aware at that time staring at the decisive moment, the caesura between a before and an after. There, in that place, at that time. They follow many other shots that Koudelka made the streets, immortalizing the extreme, vana resistance of Prague. You see people surrounding tanks to speak with the young Soviet soldiers (many of whom emerged from this experience with serious trauma), and showing his chest machine gunners, which raises indices accusers. People of all ages, from all walks of life, but mostly guys, and not only the Czechs, but also foreigners arrived in Prague as tourists and the outrage went down into the square to swell the protest marches (including a 21-year-old Massimo D’Alema). You see people marching raising the picture of Jan Palach, a student who killed himself setting themselves on fire to protest against the invading Vietnamese as a bonze. But Koudelka also shows us the face of defeat, as in that picture where you see an old man in the foreground in front of palaces butterati for the gusts of shrapnel and other people who appear resigned, won as the old. Two characteristics stand out in photographs that Kouldelka did in those dramatic days. Two characteristics that separate themselves in the rest of its production. The first is attention to humans, the same one that has demonstrated in his report to discover the world of Gypsies. He toured all over Europe to know them, understand them, describe them. He photographed the children Roma who, like all of their peers, showing the mighty muscles only their eyes. The young man arrested, handcuffed, gets carried away. The family gathering to watch a young relative dead, in a solemn atmosphere, which seems a Flemish painting. The man crouching talking to her horse (and even here we seem to see an antique oil). The other feature is the attention, in his shots, for the geometry and the shapes of things. An attention more than evident in the image of the young man in front of the tank with the outstretched arm, which seems to divide the parallel bars formed by the tram tracks from those electric cables suspended in the air. In later production Kouldelka this interest in the geometry of space, for lines, has heightened to the point of excluding humans to enhance just the shape of things. But it’s an absence almost always only apparent, as when he takes over the ruins of a temple of Olympia, where the channels of Doric columns, remembrance of human work that transformed those blocks of stone in architectural elements. And during that time he abandoned his Leica to use a wide angle lens with which he made his panoramic pictures of space, all the time. Vertical panoramas: apparently an oxymoron, which instead gives results of great charm.

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