Non è stato inviato di guerra, non si avventurava con la sua macchina fotografica dove fischiano le pallottole. Non è neanche andato in angoli remoti del mondo per farci vedere popolazioni arcaiche o angoli di natura incontaminata. No, Toni Nicolini non è stato niente di tutto questo. Lui ha lavorato in Italia, al massimo in qualche paese europeo. Niente di eclatante, ma nonostante questo suo profilo basso è giustamente considerato uno dei più grandi fotografi italiani del ‘900. La spiegazione è semplice. Lui ci ha raccontato l’Italia fin dagli anni ’60, da quando questa nazione, uscita distrutta dalla guerra, è rinata, trasformandosi da paese rurale e arretrato in una potenza industriale. Gli anni del boom economico, con i suoi incredibili progressi, ma anche con altrettanto incredibili arretratezze; con gli operai e la borghesia imprenditoriale che si contendevano l’egemonia nella sua Milano, e i braccianti del Sud che ancora lottavano contro i latifondisti per conquistare condizioni di vita appena accettabili. La fotografia sociale è stata la cosa che gli riusciva meglio e che sentiva più sua. Dedicatosi alla fotografia subito dopo aver terminato gli studi liceali, sono stati i reportage sociali ad attrarlo da subito. Certo, poi nel corso della vita ha fatto anche altro, ha collaborato con il Touring Club Italiano, il che gli ha permesso di girare in lungo e in largo l’Italia e l’Europa, e ha fatto persino foto pubblicitarie. Ma la prima passione, il raccontare la società italiana, non lo abbandonerà mai. Molto lo dovette, ai suoi esordi nel mondo dell’immagine, all’incontro con Luigi Crocenzi, il teorico dei “fotoracconti”, quelle sequenze di immagini che raccontavano l’Italia del dopoguerra. Ma anche altre amicizie hanno avuto una profonda influenza sul suo modo di concepire l’arte del fotografare. Ernesto Treccani, ad esempio, famoso pittore, ma anche notissimo esponente del Pci milanese. O Danilo Dolci, il sociologo triestino che in Sicilia promuoveva lotte nonviolente contro la Mafia e il sottosviluppo, guadagnandosi per questo il soprannome di “Gandhi italiano”. Non si deve però pensare al lavoro di Nicolini come una forma di piatto documentarismo sociale. Come ha detto Giovanna Calvenzi, che ha curato la pubblicazione più famosa di Nicolini, “Poesia del reale”, “la sua è una fotografia silenziosa, che invita all’osservazione, che non giudica e non critica. Testimonia, ma soprattutto interpreta, con partecipazione, ironia, allegria e poesia”. Ed è infatti questo che Nicolini faceva: univa nei suoi scatti il racconto obiettivo della realtà italiana in turbinoso cambiamento e la poesia dei protagonisti di quell’epoca così particolare e difficile. Nelle sue immagini possiamo vedere il sit-in degli operai della Pirelli in sciopero oppure giovani borghesi elegantemente vestiti che ballano per festeggiare l’anno nuovo; il contadino siciliano sul suo mulo, solo in una campagna deserta e arsa dal sole, e il bracciante che, vestito malamente, ascolta un comizio con aria assorta (questa foto ve l’abbiamo già proposta di recente nella rubrica “perle d’archivio”), o ancora le donne che preparano da mangiare in una casa che definire spoglia non dà l’idea. Toni Nicolini, uomo del Nord, amava il Meridione e la sua voglia di riscatto. Ci sono delle immagini di una manifestazione guidata da Danilo Dolci in cui questa voglia si vede nei volti, negli sguardi degli uomini che marciano con lui. In una, Dolci ha al fianco Pompeo Colajanni, il celebre comandante partigiano “Barbato”, in un’altra è accanto all’altrettanto famoso architetto, e futuro deputato, Bruno Zevi. Dietro di loro i cartelli che lanciano parole d’ordine semplici, ma efficaci, come “senza lavoro si muore”. Ed è semplice tutta la vita che Nicolini ci racconta, senza enfasi, senza stereotipi, andando al cuore delle cose, così come fa la poesia.

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Was not sent to war, not ventured with his camera where whistling bullets. Nor is it went to remote corners of the world to show us the archaic populations or corners of untouched nature. No, Toni Nicolini wasn’t any of that. He worked in Italy, at most in any European country. Nothing flashy, but its low profile is rightly considered one of the greatest Italian photographers of the ‘ 900. The explanation is simple. He told the Italy since ‘ 60, since this war-torn nation, exit, is reborn and transformed from rural and backward country into an industrial powerhouse. The years of economic boom, with its incredible progress, but also with equally amazing backwardness; with the workers and the bourgeoisie that were vying for hegemony in his Milan, and laborers in the South who still battling landowners to conquer newly acceptable living conditions. Social photography was what he could better and felt more her. Devoted himself to photography immediately after finishing high school, were the social reportage to attract him ASAP. Of course, then in later life also did other things, he collaborated with the Italian Touring Club, which allowed him to turn the length and breadth of Italy and Europe, and did even publicity photos. But the first passion, telling the Italian company, will never abandon him. Many had to its beginnings in the world of the image, to an encounter with Luigi Crocenzi, the theorist of the “photostories”, those sequences of images that told the post-war Italy. But other friends have had a profound influence on his way of thinking about the art of photography. Ernesto Treccani, for example, the famous painter, but also well known exponent of Pci. Or the triestine sociologist Danilo Dolci in Sicily was promoting nonviolent struggles against the Mafia and underdevelopment, earning the nickname “Gandhi Italian”. However, thinking about work of Nicolini as a form of social documentary dish. As said Giovanna Calvenzi, who oversaw the publication of Nicolini, “real”, “his poetry is a photography silent, that invites to the remark, that does not judge and not criticism. Testifies, but mostly plays, with participation, irony, cheerfulness and poetry “. And it is this that made his pictures in the story: univa Nicolini goal of the Italian situation in turbulent change and the poetry of the protagonists of that era so peculiar and difficult. In his pictures we can see the workers ‘ sit-in Pirelli on strike or elegantly dressed young bourgeois who dance to celebrate the new year; the Sicilian peasant on his Mule, alone in a deserted countryside and parched by the Sun, and the farmhand who, dressed badly, listen to a rally with air absorbed (this photo we have already proposed recently in the “stock beads”), or the women who prepare food in a House that define strips does not give the idea. Toni Nicolini, Northern man, he loved the South and his desire for redemption. There are some pictures of a rally led by Danilo Dolci in which this desire we see in the faces, in the looks of men marching with him. In a Sweet, has the famous partisan Commander alongside Pompey Chala “Baba”, another is next to the equally famous architect, and future Congressman, Bruno Zevi. Behind them the signs they launch key words simple, but effective, as “without work you die.” And it’s simple life that Nagaraj tells us, without fanfare, without stereotypes, going to the heart of things, as does the poem.

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