Un sublime dilettante: è probabilmente questa la miglior definizione per uno dei più apprezzati fotografi italiani del ‘900, Mario Giacomelli.

Marchigiano di Senigallia, Giacomelli è stato infatti tutta la vita un tipografo, fin da quando aveva 13 anni. Di famiglia poverissima, solo quando era trentenne acquistò una macchina fotografica, cimentandosi in questa arte dopo aver sperimentato la pittura e la poesia. Una macchina fotografica senza pretese, a cui aveva tolto tutto ciò che gli sembrava superfluo, fino a ridurla all’essenziale: una scatola chiusa ermeticamente per non far passare la luce ed un obiettivo.

Negli anni cinquanta si è subito fatto notare per la sua capacità di innovare il linguaggio fotografico con una serie di reportage, dal forte impatto emotivo, su Lourdes, Scanno, la Puglia, Loreto, gli zingari.

Difficile rendere conto di tutta la produzione di Giacomelli. Famosi sono stati i suoi “pretini”, giovani seminaristi, vestiti con la tradizionale tonaca nera lunga fino ai piedi, che giocano fra di loro spensierati. Un soggetto che ricorda i quadri di Nino Caffè, che divenne celebre proprio dipingendo giocosi pretini. Quelli di Caffè sono però più allegri, coloratissimi, mentre il bianco e nero e le sfocature di Giacomelli mettono un filo di malinconia nelle immagini di questi giovani che si divertono con semplicità francescana. Le figure di Giacomelli sono scure e si stagliano su uno sfondo candido, abbagliante, e il tutto acquista un sapore fiabesco. Un motivo che si ritroverà in altri suoi lavori, come ad esempio nei reportage fatti a Scanno, il paesino abruzzese già amato da Henri Cartier Bresson. Un’atmosfera ben diversa si ritrova invece nelle foto scattate da Giacomelli in un ospizio, lo stesso dove la madre era andata a lavorare come lavandaia dopo la morte del padre quando lui aveva solo 9 anni. Con le sue immagini, Giacomelli racconta la vecchiaia, la ferocia del passar del tempo, la crudeltà della vita. Per titolare queste foto ha preso in prestito un verso di Cesare Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, e si vede immediatamente come il tema della vecchiaia, dell’inesorabile trascorrere del tempo, tocchi corde profonde in Giacomelli.

Questa nota non si può concludere senza ricordare le sue foto di paesaggi, che risente dell’amicizia con Alberto Burri e dell’interesse per l’arte informale. Come l’artista umbro, Giacomelli non si è limitato a fotografare la realtà per come si presenta. Pagava dei contadini perché con il loro trattore e l’aratro tracciassero delle linee ben precise sul terreno, secondo uno schema che aveva in mente prima di fotografare. Il risultato sono delle immagini quasi astratte, dove la natura viene plasmata dall’intervento umano con quelle profonde fenditure. Dei cretti, appunto.


A sublime amateur: this is probably the best definition for one of the most appreciated Italian photographers of the ‘ 900, Mario Giacomelli. The marches of Senigallia, Giacomelli was indeed a life typographer, since she was 13 years old.
Of poor family, only when he was thirty years old he bought a camera, sneaking in this art after experiencing painting and poetry.
A camera without pretensions, that had removed everything that seemed superfluous, to reduce it to its essence: a closed box tightly to not pass the light and a lens.
In the 1950s it is still noted for its ability to innovate the language of photography with a series of reports, with a strong emotional impact, for Lourdes, Scanno, Puglia, Loreto, Gypsies. Hard to give an account of all production of Giacomelli. Famous were his “pretini”, young seminarians, dressed in the traditional black cassock down to the foot, which play each other carefree.
A subject that is reminiscent of the paintings of Nino Caffè, which became famous just playful pretini painting. Those are, however, more cheerful, brightly colored, while the black and white and blur of Giacomelli put a thread of melancholy in the pictures of these young people who have fun with Franciscan simplicity. The figures of Gamal are dark and stand out against a background of Candide, dazzling, and it acquires a magical flavor.
A reason which will be found in other works, such as in reports made to Scanno, Abruzzo village already loved by Henri Cartier Bresson.
An atmosphere quite different finds himself instead in the photos taken by Giacomelli in hospice, the same one where his mother had gone to work as a washerwoman after his father died when he was only 9 years old.
With his pictures, Giacomelli tells the old age, the ferocity of the passage of time, the cruelty of life. For holder these pictures borrowed a verse by Cesare Pavese, “death will come and will have your eyes”, and you can see immediately how the theme of old age, of the inexorable passage of time, touches deep chords in Giacomelli.
This note you cannot conclude without recalling his photos of landscapes, influenced by friendship with Alberto Burri and informal art. As the Umbrian artist, Giacomelli did not confine to photograph the reality for what it looks like. Farmers paid for with their tractor and plow was very precise lines on the ground, according to a scheme he had in mind before photographing.
The result is almost abstract images, where nature is shaped by human intervention with those deep fissures. Of cracks, in fact.

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