(Saint Louis 1903 – New Haven 1975)

Molto spesso ai periodi di grave crisi e di impoverimento della società corrisponde un rifiorire dell’arte con la nascita di nuove idee, stili, forme di espressione. Uno di queste fasi è senza dubbio quella seguita alla Grande crisi del ’29 che mise in ginocchio le economie prima degli Stati Uniti e poi di tutto il mondo.

Come successe nella musica, nel teatro, nella pittura, nella narrativa, anche la fotografia vide in quel periodo l’affermarsi di nuovi talenti, di un nuovo modo di guardare la realtà. Uno dei fotografi che si evidenziò in quegli anni fu Walker Evans.

Nato nel Missouri, dopo essere cresciuto e aver studiato in diversi stati (Pennsylvania, Connecticut, Massachusetts), andò a vivere per un anno a Parigi, per poi stabilirsi definitivamente a New York con l’ambizione di diventare scrittore.

Non ci riuscì, e nel 1930 cominciò a dedicarsi alla fotografia. Divenne così uno dei testimoni di quel decennio terribile in cui tanta parte degli americani si ritrovò nella miseria più nera. Le immagini che ci ha lasciato stravolgono l’idea che si ha solitamente degli USA. Girando per gli stati del sud, Evans immortalò intere famiglie in posa nelle loro case, e in questi scatti si vedono persone abbrutite dalla povertà: sono tutti lerci, vestiti di stracci, molti senza scarpe, costretti a vivere in veri e propri tuguri.

Colpiscono anche i ritratti che Evans fece a uomini e donne di quella America rurale degli anni ’30, in particolare dei Burroughs, una famiglia di mezzadri dell’Alabama. Sguardi spenti, di gente che non sa più cos’è la speranza, completamente rassegnata ad una vita di stenti.

Ugualmente struggenti le foto che ci mostrano gente che lavora, come quell’operaio con in spalla due vanghe e il viso annerito dal carbone. E poi ci sono le strade, le case, che contestualizzano questa umanità dolente. E’ come esserci stati in quegli anni, in quei posti dimenticati da Dio.

Eppure, lo stile di Evans è distaccato, oggettivo. Ci mostra la realtà per quella che è, senza trucchi. Chi guarda i suoi scatti ha tempo di osservare tutti i particolari, di cogliere il messaggio che contengono, senza bisogno di essere condotto per mano.

In quegli stessi anni, Walker Evans ebbe anche l’opportunità di recarsi a Cuba, dove era scoppiata una vera guerra civile. Era il 1933, e la popolazione era insorta contro il presidente-tiranno Gerardo Machado, che alla fine fu costretto ad andarsene in esilio. Vittoria effimera, perché nello stesso anno il potere venne preso con la forza dai militari, capeggiati da Fulgencio Batista, che divenne il dominus dell’isola caraibica per un quarto di secolo, fino a quando un’altra rivoluzione, quella di Fidel Castro, costrinse anche lui all’esilio.

Dopo queste esperienze, Evans sperimentò un altro modo per raccontare la realtà che vedeva. Cominciò infatti a girare per la metropolitana di New York con una piccola reflex nascosta sotto il cappotto e fotografò i passeggeri ignari.

Tanti scatti che divennero, nel 1966, un libro, che verrà ripubblicato anche nel 2004 in occasione del centenario della “subway”.

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Very often at times of severe crises and impoverishment of society is a flourishing of art with the birth of new ideas, styles, forms of expression. One of these stages is undoubtedly the one that followed the great crisis of ‘ 29 who got down on his knees before the United States and economies around the world.
As happened in music, theatre, painting, in fiction, even the photograph she saw at that time, the emergence of new talent, a new way of looking at reality. One of the photographers who showed in those years was Walker Evans.
Born in Missouri, after growing up and studying in several States (Pennsylvania, Connecticut, Massachusetts), he went to live for a year in Paris, then finally settling in New York with the ambition to become a writer. He failed, and in 1930 he began to devote himself to photography. So he became one of the witnesses of that terrible decade in which so many Americans found himself in abject poverty.
The images that left us distort the idea that it usually has in the United States. Turning to the southern States, Evans immortalized families posing in their homes, and in these shots you see people downtrodden classes of poverty: are all these dirty, dressed in rags, many without shoes, forced to live in real hovels. Also affect the portraits that Evans did to men and women of that rural America 30 years, particularly Burroughs, a family of sharecroppers in Alabama.
Dull looks, people no longer know what is hope, completely resigned to a life of hardship. Equally poignant pictures that show us people who work, like that one worker with shouldering two Spades and his face blackened by coal.
And then there are the roads, houses, that contextualize this humanity. It’s like staying there during those years, in those places forgotten by God and yet, Evans is detached, objective. Shows us the reality for what it is, without cheats. Those who watch his shots has time to observe every detail, to grasp the message containing, without needing to be led by the hand. In those same years, Walker Evans also had the opportunity to travel to Cuba, where it had burst a real civil war. It was 1933, and the population had risen against the President–tyrant Gerardo Machado, who eventually was forced to go into exile.
Ephemeral victory, because in the same year the power was taken by force by the military, led by Fulgencio Batista, who became the dominus of isolacaraibica for a quarter century, until another revolution, Fidel Castro, forced him into exile. After these experiences, Evans experimented with another way to tell the reality she saw.
He began to turn to the New York City subway with a tiny camera hidden under his coat and photographed unsuspecting passengers. Many shots that became, in 1966, a book, which will be reissued in 2004 on the occasion of the centenary of the “subway”.

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