(Lipari, 1942)

Nel mondo della fotografia non ci sono solo le star internazionali che girano il mondo per fare i loro reportage, per concretizzare un’idea che poi diventerà una mostra, un libro, un supplemento speciale di qualche rivista prestigiosa. Ci sono anche, e anzi sono i più, i fotografi che lavorano con pazienza quotidiana nella loro città e che raccontano con le immagini quello che accade, dal piccolo fatto di cronaca al grande avvenimento che desta l’interesse nazionale. La loro, si può dire citando una nota canzone, è una vita da mediano, sono quelli che si apprezzano sulla lunga distanza. Dei veri cronisti, con l’unica differenza che girano per le strade con la reflex al posto del taccuino, e che quasi sempre giungono sul posto per primi, battendo di parecchie incollature i collegi della parola.

Uno di questi è senza dubbio Tano D’Amico, fotoreporter, giornalista professionista, che ha lavorato per diverse testate giornalistiche: Lotta Continua, Il Manifesto, La Repubblica. A lui, siciliano di nascita e romano d’adozione, dobbiamo in particolare le più famose immagini del movimento del ’77 a Roma. E’ stato quindi testimone di uno dei periodi più difficili, violenti e ambigui della storia recente dell’Italia.

Le foto di D’Amico non sono neutrali. D’altra parte, da tempo si è tutti consapevoli che la fotografia non è oggettiva, che la realtà racchiusa nel fotogramma è frutto della mediazione del fotografo che ha scelto l’inquadratura e il momento di scattare. Nelle immagini di D’Amico è più che evidente la sua simpatia per i giovani che all’università La Sapienza di Roma diedero vita a quel movimento. Tuttavia, riguardando quelle foto a distanza di tanti anni ci si fa un’idea abbastanza esatta del clima di quegli anni, e questo nonostante lui non puntasse la sua attenzione sulla violenza che fu il tratto principale di quella fase storica.

La immagine più famosa di Tano D’Amico, nel senso che fece più scalpore, non ritrae degli studenti, ma un poliziotto in borghese, in jeans e maglietta, che impugna una pistola. Venne scattata il 12 maggio 1977, a Trastevere, nei pressi di ponte Garibaldi. Quel giorno era in corso una manifestazione indetta da Marco Pannella e, come molti temevano, scoppiarono ben presto furiosi scontri con la polizia, durante i quali una ragazza, Giorgiana Masi, che non c’entrava niente con quello che stava succedendo, fu colpita a morte da un colpo d’arma da fuoco. D’Amico racconta che non diede molto peso a quello scatto perché la presenza di agenti in borghese (per meglio dire, travestiti da manifestanti) la considerò una banalità. Questo fino a quando il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, intervistato da un tg, garantì che in quel posto non c’erano stati agenti senza divisa. A quel punto, D’Amico cominciò a girare per i giornali con quella foto. Scoppiò una enorme polemica e Cossiga rischiò di doversi dimettere: cosa che gli avrebbe evitato di dover gestire lui, l’anno seguente, la tragedia del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro.

Un’altra foto, invece, D’Amico l’ha tenuta nel cassetto per vent’anni. E’ l’immagine di due giovani che lui conosceva bene. “Paolo e Daddo – ricorda – uno ferito e l’altro che lo sorregge e che tiene in mano due pistole, dopo gli scontri del 2 febbraio all’università”. In quell’occasione D’Amico venne meno al suo dovere di cronista, e certo non avrebbe immaginato di essere rimproverato per questo, molti anni dopo, proprio da uno di quei ragazzi. “Non volevo essere carnefice”, si giustifica oggi D’Amico, nel senso che non voleva che quel suo scatto potesse essere usato per “criminalizzare” il movimento. Una giustificazione che non convince.


In the world of photography there are only international stars who travel the world to make their reportage, to realize an idea that would later become a show, a book, a special supplement of some prestigious magazine. There are also, and indeed are the most photographers who work daily with patience in their city and that tell in pictures what is happening, from small news item to the great event that arouses the national interest. Theirs, you can say citing a famous song, una vita da mediano, are those that can be appreciated in the long run. Real reporters, with the only difference that run through the streets with the camera instead of the notebook, and that almost always come in place first, beating several and gluing the colleges of the word.
One of these is undoubtedly Tano D’Amico, photojournalist, journalist, who worked for several newspapers: Lotta Continua, Il Manifesto, the Republic. To him, Sicilian by birth and Roman by adoption, we must particularly those most famous images of the movement of ‘ 77 in Rome. He was then witness to one of the toughest times, violent and ambiguous in recent history of Italy.
Photos of Davis are not neutral. On the other hand, you are all aware that photography is not objective, that reality contained in the frame is the result of the mediation of the photographer who chose the shot and time to shoot. In the pictures of Davis is more than obvious his sympathy for young people at the University La Sapienza of Rome gave birth to that movement. However, looking at those pictures after so many years you get a pretty good idea of the climate of those years, even though he doesn’t want his attention on violence which was the main feature of that historical period.
The most famous picture of Tano D’Amico, meaning they did more buzz, missing students, but a plainclothes policeman, in jeans and a t-shirt, holding a gun. Was taken on May 12, 1977, in Trastevere, near ponte Garibaldi.
That day was an event organized by Marco Pannella and, as many feared, soon broke out in furious clashes with police, during which a girl, Giorgiana Masi, who had nothing to do with what was going on, was struck and killed by a gunshot wound. Davis said that did not give much weight to that shot because the presence of plainclothes (indeed, disguised as demonstrators) considered her a triviality. That was until the Interior Minister Francesco Cossiga, interviewed by a tg, ensured in that place there were agents without uniform.
D’amico began to turn to newspapers with that picture, at that point. A huge controversy and Cossiga was in danger of having to resign, which would have avoided having to deal with him, the following year, the tragedy of the kidnapping and murder of Aldo Moro.
Another photo, instead, D’amico was kept in a drawer for 20 years. It is the image of two young men who he knew well. “Paul and Daddo – remember – one wounded and one that sustains him and holding two guns, after clashes of February 2 at the University”. On that occasion, Davis failed his duty of chronicler, and certainly wouldn’t have imagined being reprimanded for this, many years later, just one of those guys. “I didn’t want to be the executioner”, justifies itself today D’Amico, in the sense that he didn’t want his shot could be used to “criminalize” the movement.
A justification lacking.

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