(Erzurum 1956)

Molto spesso, l’importante è essere nel posto giusto al momento giusto. Questo accade rarissimamente per le capacità di prevedere gli avvenimenti, quasi sempre per un puro caso. Ma anche se il fato fa sì che uno si trovi in un certo luogo al momento giusto, non basta. E’ il caso del vincitore di quest’anno del World Press Photo, uno dei più prestigiosi premi fotografici al mondo.

Burhan Ozbilici non ha infatti un particolare merito per essere stato presente all’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia Andrei Karlov. Ma non tutti avrebbero reagito come lui quando un terrorista ha estratto la pistola e freddato il diplomatico. Come ha poi raccontato, sul momento non ha capito bene cosa stesse accadendo. Ha sentito i colpi di pistola e un giovane urlare incomprensibili frasi in arabo e anche quel “Allah Akbar” che ormai abbiamo tutti imparato e che è diventato nella nostra epoca il grido di guerra per antonomasia. Burhan Ozbilici non ha fatto come gli altri, non si è fatto prendere dal panico, ma ha cominciato a fotografare, vicino, vicinissimo all’uomo armato, incurante del pericolo.

Ciò che colpisce è il mestiere che Ozbilici ha dimostrato in una situazione così estrema. Lo scatto che gli è valso il premio non ha una pecca. Il giovane terrorista, Mevlut Mert Altintas, è in primo piano, in posizione statuaria: nella destra impugna la pistola, il braccio sinistro è levato in alto, con l’indice puntato verso il cielo. Sembra una versione moderna di uno dei “tirranicidi” di Antenore. Solo in un secondo momento si nota il corpo dell’ambasciatore Karlov disteso sul pavimento. Lo spazio intorno sembra irreale, tutto bianco, spezzato solo da alcune fotografie appese alle pareti.

Vien quasi da sorridere a pensare con che animo Ozbilici deve aver deciso di andare all’inaugurazione di una mostra di fotografie panoramiche della Russia. Uno di quei servizi di routine che un fotografo di un’agenzia, l’AP nel suo caso, deve fare certo non perché emozionante, ma solo perché gli viene chiesto dai capi. Uno pensa di cavarsela con un bel primo piano dell’ambasciatore e una panoramica della mostra, e via a casa, che è l’ora di pranzo. Perché è questo il lavoro di Burhan Ozbilici, lo stesso di centinaia, di migliaia di fotografi di tutto il mondo: andare a “coprire” un avvenimento per conto della propria testata. Qualche foto sarà pubblicata a corredo di un articolo, la maggior parte è destinata a finire in archivio. Ed è l’impensabile che è accaduto a Ozbilici, trovatosi di fronte ad un fatto che non avrebbe mai immaginato di vivere. Non è che fosse completamente a digiuno di situazioni di guerra. L’AP lo aveva già inviato una volta in Iraq e un’altra volta in Siria, sicuramente puntando sulla professionalità di un uomo con 27 anni di anzianità aziendale. Ma mai si era trovato in prima linea, lì dove fischiano le pallottole.

L’avventura lo attendeva ad Ankara, durante una noiosissima inaugurazione di una mostra. E lui ha così potuto dimostrare il suo valore. Ora basta scrivere il suo nome su qualunque motore di ricerca per ritrovare tutti gli scatti fatti quel 19 dicembre del 2016, mentre del lavoro fatto prima c’è poco o niente.

Nelle serie di foto scattate quel giorno fatale si vedono il giovane attentatore ripreso da diverse angolazioni, e poi la gente comune che, dopo aver assistito all’assassinio, si è accucciata in fondo al salone: c’è chi piange, chi guarda verso il giovane sicario come a studiare cosa fare, e anche chi ha lo sguardo rassegnato a quel che il destino ha deciso. Burhan Ozbilici ha continuato a scattare, ricordando d’istinto l’insegnamento del grande Capa: per non sbagliare la foto, bisogna essere vicini, il più possibile. E più vicino di così lui non poteva stare.


Very often, the important thing is to be in the right place at the right time. This happens very rarely for the ability to foresee events, almost always for pure chance. But even if fate means that one is in a certain place at the right time, not enough. This is the case of this year’s winner of the World Press Photo, one of the most prestigious photography awards in the world. Burhan Ozbilici has a special merit for being present at the assassination of Russian Ambassador to Turkey Andrei Karlov. But not everyone would react like him when a terrorist he drew his gun and shot the diplomat. As he later recounted, the time did not understand what was happening. He heard the gunshots and a young man yelling unintelligible phrases in Arabic and also that “Allah Akbar” that by now we have all learned and that has become in our age the war cry. Burhan Ozbilici did not like the others, he didn’t panic, but he started shooting, close, very close to the shooter, he’s reckless. What is striking is the craft that Ozbilici demonstrated in a situation so extreme. The shot that won him the prize has a flaw. The young terrorist, Mevlut Mert Altintas, is in the foreground, statuesque position: in the right hand holding the gun, his left arm is raised aloft, with a pointing finger skyward. Looks like a modern version of one of the “tirranicidi” of Antenor. Only later you notice the body of Ambassador Karlov sprawled on the floor. The space around it seems unreal, all white, broken only by some photographs hanging on the walls. Comes almost to smile to think that soul Ozbilici must have decided to go to the opening of an exhibition of panoramic photographs of Russia. One of those routine services that a photographer of an agency, the AP in his case, he must make sure not because exciting, but only because he was asked by the heads. One thinks to get by with a nice close-up of the Ambassador and an overview of the exhibition, and at home, it’s lunch time. Why is this the work of Burhan Ozbilici, the same as hundreds of thousands of photographers around the world: go to “cover” an event on behalf of your headboard. Some photos will be published in support of an article, most are doomed to end in the store. And it’s the unthinkable that happened to Ozbilici, finding himself in front of a fact that never imagined to live. Not that it was completely new to situations of war. The AP had already posted once in Iraq and another time in Syria, definitely focusing on professionalism of a man with 27 years of seniority. But never had found himself on the front lines, where whistling bullets. Adventure awaited him in Ankara, during a boring opening of an exhibition. And he was able to prove his worth. Now just write his name on any search engine to find all the shots taken that 19 December 2016, while the work done before there is little or nothing. In the series of photos taken that fateful day we see the young bomber recovered from different angles, and then ordinary people who, after witnessing the murder, she crouched down at the show: there are those who cry, those who look towards the young sicario as studying what to do, and even those who look resigned to what destiny has decided. Burhan Ozbilici continued shooting, recalling the teaching of instinctively great Capa: make no mistake the picture, you need to be close as possible. And he could not be closer than that.

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