UGO MULAS
(Pozzolengo 1928 – Milano 1973)

E’ considerato uno dei più importanti fotografi a livello internazionale del secondo dopoguerra, eppure il suo nome non è noto ai più. La ragione è semplice: il lavoro di Ugo Mulas è sempre stato apprezzato da un pubblico d’élite, gente che conosce e apprezza l’arte d’avanguardia, sperimentale.
Di origini sarde, Mulas è nato in un paesino del bresciano, ma è stato a Milano, dove si era trasferito per iscriversi all’università, che ha incontrato la fotografia. E’ successo quando ha cominciato a frequentare il Bar Jamaica, che aveva le sue vetrine a fianco della Pinacoteca di Brera, e che è stato un luogo mitico, il punto di incontro del meglio della intellighenzia italiana del ‘900, in anni in cui Milano era la locomotiva non solo economica, ma anche culturale e artistica del nostro paese. Il giovane studente di giurisprudenza venne così risucchiato in un mondo che vedeva scrittori, artisti, gente di teatro incontrarsi e discutere ai tavolini del Jamaica, tanto che decise di abbandonare l’università e di iscriversi ai corsi serali di Belle Arti dell’Accademia. Nel 1954, conobbe e divenne amico del fotoreporter Mario Dondero. In due avevano una sola macchina fotografica, ma decisero di farsela bastare e di andare a visitare la Biennale di Venezia. Mulas si conquistò subito il ruolo di fotografo ufficiale della mostra, anche se le sue conoscenze tecniche erano a dir poco elementari. Della Biennale continuò a essere il fotografo ufficiale fino al 1972, l’anno prima della morte.
Strinse anche un rapporto di collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano di Giorgio Strehler e Paolo Grassi, diventandone il fotografo di scena. Ma la sua autentica passione è stata per tutta la vita l’arte figurativa. Non si accontentava di immortalare un quadro, una scultura, ma si metteva in rapporto, lui fotografo, con l’opera, contestualizzandola, descrivendo il processo creativo, entrando lui stesso in scena.
Gli artisti fotografati da Mulas sono stati quanto mai diversi l’uno dall’altro. Tra gli italiani, ad esempio, si trovano Ernesto Treccani, con le sue eteree figure umane stilizzate; Piero Manzoni, che fece scandalo con la “merda d’artista” inscatolata; Lucio Fontana, con le sue tele forate. Di quest’ultimo è particolarmente interessante la sequenza di immagini in cui si vede il celebre pittore mentre guarda la grande tela e, poi, quando la incide con un taglierino per uno dei suoi famosi tagli. Per Mulas, il momento di riflessione dell’artista era importante quanto la fase di realizzazione.
Nel 1964, mentre era a Venezia per seguire come al solito la Biennale, conobbe il critico Alan Salomon e il gallerista Leo Castelli, e viaggiò per i tre anni successivi negli Stati Uniti, entrando in contatto con i maggiori esponenti della pop art: Marchel Dichamp, Jasper Johns, Frank Stella, George Segal, Roy Lichtenstein e Andy Warhol.
Mulas è considerato un precursore dell’arte concettuale in Italia. Per lui, infatti, la fotografia non doveva limitarsi all’immagine, e cominciò a scomporre il suo lavoro, e individuarne l’essenza intima. Così si spiegano i negativi che lui incorniciava accostati in modo da formare un quadrato. In alcune di queste composizioni si vedono in sequenza gli scatti del fotografo, in altre c’è solo la pellicola, a volte vergine, in alcuni casi bruciata dalla luce. Lui, che aveva fotografato tutta la vita da autodidatta (iniziò sapendo solo diaframma e tempi da usare quando c’è il sole e quando si è in ombra), alla fine della sua esistenza si concentrò sugli aspetti tecnici di questa arte, sui suoi elementi base. Il fotografo che fotografa la fotografia.
Nel 1970 scoprì di essere malato di un tumore incurabile e decise di rimettere in ordine tutto il suo lavoro, facendo un esame critico della sua opera e, più in generale, della fotografia. Chiamò “verifiche” una serie di quattordici sue immagini, una sorta di compendio di una vita.
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He is considered one of the most important internationally photographers after World War II, yet his name is unknown to most people. The reason is simple: Ugo Mulas’s work has always been appreciated by an elite audience, people who know and appreciate the art of avant-garde, experimental. Sardinian sources, Mulas was born in a small town of Brescia, but it was in Milan where he was transferred for Horie, who met photography. It happened when she began frequenting the Bar Jamaica, which had its Windows alongside the Brera art gallery, and it was a mythical place, a meeting point for the best of Italian intelligentsia of the ‘ 900, in years when Milan was the locomotive not only economic, but also cultural and artistic history of our country. The young law student was so sucked into a world where writers, artists, theatre people meet and discuss at the tables of Jamaica, so much that he decided to leave the University and enroll in evening classes at the Academy of fine arts. In 1954, he met and became friends with the photographer Mario Dondero. In two had only one camera, but decided to have it be enough and go to visit the Venice Biennale. Mulas won for the role of official photographer, although his technical knowledge were elementary to say the least. The biennial continued to be the official photographer until 1972, the year before his death. Struck a partnership with the Piccolo Teatro of Milan by Giorgio Strehler and Paolo Grassi, becoming its still photographer. But his real passion was for the entire life figurative art. Not content to immortalize a painting, a sculpture, but put in relation, he presents, with the work, photographer, describing the creative process, entering himself into the scene. The artists photographed by Mulas were much different from each other. Among the Italians, for example, are Ernesto Treccani, with its Ethereal stylized human figures; Piero Manzoni, who made scandal with “merda d’artista” canned; Lucio Fontana, with his canvases. The latter is particularly interesting the image sequence in which we see the famous painter as he watches the large canvas and, then, when the incide with a utility knife to one of its famous cuts. For Mulas, the moment for reflection by the artist was as important as the implementation phase. In 1964, while he was in Venice to follow as usual the Biennale, he met the critic Alan Salomon and the gallery owner Leo Castelli, and traveled for the next three years in the United States, coming into contact with the leading exponents of pop art: Marchel Dichamp, Jasper Johns, Frank Stella, George Segal, Roy Lichtenstein and Andy Warhol. Mulas is considered a forerunner of conceptual art in Italy. For him, photography should not be limited to the image, and began to dismantle his work, and find their intimate essence. So you explain the negatives that he framed pushed together to form a square. In certain of these writings are seen in sequence shots of the photographer, there’s the film, sometimes Virgin, in some cases burned by light. He, who had photographed all his life by himself (began knowing only aperture and time to use when it’s sunny and when you are in shadow), at the end of his life he concentrated on the technical aspects of this art, its basic elements. The photographer photographing photography. In 1970 he discovered to be sick with incurable cancer and decided to tidy up all his work, making a critical examination of his work and, more generally, of photography. Called “checks” a series of fourteen his images, a compendium of a lifetime.

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