BERENICE ABBOTT

(Springfield 1898 – Monson 1991)

Berenice Abbott è stata una donna fortunata fin dall’inizio della sua lunga carriera di fotografa. Nata nell’Ohio, lasciati incompiuti gli studi universitari, si trasferì a soli vent’anni a New York, dove andò ad abitare in una enorme casa del Greenwich Village insieme a tanti amici, una sorta di comune. Seguiva un corso di scultura, e in quella casa ebbe modo di conoscere scrittori, artisti e filosofi, in un clima di grande vivacità culturale e anche di una modernità di costumi che le permise, ad esempio, di vivere serenamente una lunga relazione lesbica: un fatto che in quell’epoca era niente affatto banale. In quell’ambiente conobbe Man Ray, che ritrovò cinque anni più tardi in Europa, dove Berenice Abbott si era trasferita per continuare i suoi studi di scultura a Parigi e Berlino, dedicandosi però anche alla scrittura (in quel periodo pubblicò diverse poesie in una rivista d’avanguardia).

Fu nel 1923 che Man Ray la assunse come assistente per la poco lusinghiera esigenza di avere qualcuno accanto in camera oscura che non sapesse nulla di fotografia e obbedisse senza fare obiezioni. Quell’incontro fu fatale per la giovane americana. “Mi avvicinai alla fotografia – racconterà Berenice Abbott – come un’anatra si avvicina all’acqua. Non ho mai voluto fare nient’altro”.

Man Ray fu impressionato da alcuni lavori di quella ragazza e le permise di usare il suo studio. La cosa però non durò molto e la separazione si ebbe quando la ricchissima filantropa Peggy Guggenheim chiese a Berenice Abbott di farle dei ritratti senza passare prima da Man Ray, che non la prese bene.

Nel 1926 era già una fotografa affermata, tanto da poter allestire una mostra personale e aprire un suo studio. In quegli anni europei conobbe, grazie a Man Ray, un altro grande artista, Eugene Atget, considerato il padre della fotografia moderna. Se dopo la sua morte l’enorme archivio di Atget non venne disperso lo si deve proprio a Berenice Abbott, che lo comprò in blocco e lavorò per farlo conoscere e dargli quella fama che in vita non aveva avuto.

Man Ray ed Eugene Atget hanno influenzato profondamente le prime due fasi della vita professionale di Berenice Abbott. Quando lavorò con il primo, si dedicò in particolare all’arte del ritratto. La sua peculiarità era quella di cercare di fotografare la personalità del soggetto. “Un ritratto – ebbe a dire – può avere gli effetti di illuminazione più spettacolari e può essere perfetto tecnicamente, ma può non riuscire come documento o come opera d’arte se manca delle qualità essenziali quali l’espressività, i gesti e gli atteggiamenti particolari di chi posa. Personalmente mi sforzo di curare l’aspetto psicologico nelle mie fotografie”.

Dopo aver conosciuto Eugene Atget, noto per come raccontò Parigi e i mutamenti che la città subì a cavallo tra il XIX e il XX secolo, Berenice Abbott cambio drasticamente il suo stile e i suoi interessi. Tornata negli Usa, comincio a raccontare le trasformazioni che stava subendo New York, evidenziando i contrasti tra il vecchio e il nuovo che caratterizzavano la Grande Mela. Così fotografò l’ormai vecchio Flatiron Building, il grattacielo che tutti chiamano appunto “ferro da stiro”, e le strutture d’acciaio per i nuovi grattacieli, tanto più alti e imponenti. Quello di Berenice Abbott era un progetto ambizioso e infatti faticò parecchio per trovare i finanziamenti necessari. Nel frattempo, per vivere, lavorò per riviste come Fortune e Vanity Fair e accettò un impiego di insegnante alla New School for Social Research. Quando finalmente riuscì a completare il suo lavoro su New York fu subito un gran successo e le sue foto vennero pubblicate dai quotidiani e dalle riviste più importanti.

Una terza fase della vita professionale di Berenice Abbott si ebbe quando cominciò a dedicarsi alla fotografia scientifica. In questo campo si mise in luce anche per la capacità di inventare nuove apparecchiature. Finanziariamente faticava, ma la svolta si ebbe nel 1957, quando il pubblico si appassionò ai temi scientifici dopo il lancio del satellite sovietico Sputnik. Le sue foto furono prese dalle più grandi testate del mondo e anche per la illustrazione di un libro di testo per le scuole superiori.


Berenice Abbott was a lucky woman since the beginning of his long career as a photographer. Born in Ohio, left unfinished University studies, he moved just twenty years in New York, where he went to live in a huge house in Greenwich Village with many friends, a sort of commune. He followed a course in sculpture, and in that House had the opportunity to meet writers, artists and philosophers, in an atmosphere of great cultural vitality and even of a modernity of costumes which led, for example, to live serenely a long lesbian relationship: a fact which at that time was not at all trivial.

In that environment he met Man Ray, who found herself five years later to Europe where Berenice Abbott had moved to continue his studies of sculpture in Paris and Berlin, but also devoting himself to writing (at that time he published several poems in a trendy magazine). It was in 1923 that Man Ray hired her as an Assistant to the unflattering need someone beside the dark room that doesn’t know anything about photography and obey without objections. That encounter was fatal for the young American. “I went over to photography – tells Berenice Abbott – like a duck comes close to water. I never wanted to do anything else. “

Man Ray was impressed by some work of the girl and allowed her to use his studio. The thing however did not last long and the separation occurred when the rich philanthropist Peggy Guggenheim asked Abbott to make her portraits without having first by Man Ray, who didn’t take it well. In 1926 it was already a well-established photographer, enough to set up a solo exhibition and open his own studio. During those years, Europeans knew, thanks to Man Ray, another great artist, Eugene Atget, considered the father of modern photography. If after his death the huge archive of Atget was not dispersed should own a Berenice Abbott, who bought it in bulk and worked to make him known and give him the fame that alive had not had. Man Ray and Eugene Atget influenced deeply the first two phases of working life by Berenice Abbott. When he worked with the first, he devoted himself particularly to the art of the portrait. Its peculiarity was to try to capture the personality of the subject.

“A portrait – he said – may have the most spectacular lighting effects and can be technically perfect, but can fail as a document or as a work of art if it lacks the essential qualities such as expressiveness, special gestures and attitudes of those who pose. Personally I strive to treat the psychological aspect in my photographs “. Upon meeting Eugene Atget, known as told Paris and changes that the city suffered at the turn of the 19th and 20th centuries, Berenice Abbott drastically change his style and interests. Back in the United States, I begin to tell the transformations that had been undergoing New York, highlighting the contrasts between the old and the new that characterized the Big Apple.

So he photographed the old Flatiron Building, the skyscraper that everyone calls “iron”, and steel frames for new skyscrapers, the higher and imposing. To Berenice Abbott was an ambitious project and indeed struggled a lot to find the necessary funding. Meanwhile, for a living, he worked for magazines like Fortune and Vanity Fair and accepted a job teaching at the New School for Social Research. When I finally managed to complete his work for New York was an instant hit and her pictures were published by major newspapers and magazines. A third phase of working life of Berenice Abbott came when he began to devote himself to scientific photography. This field is highlighted also by the ability to invent new equipment. Financially struggled, but the breakthrough came in 1957, when the public became interested in scientific issues after the launch of the Soviet satellite SputniK. His photos were taken by larger publications in the world and also for the illustration of a textbook for secondary schools.

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