a cura di Viviana Di Leo – docente materia: Vita e opere dei grandi Maestri della fotografia.

Henri Cartier-Bresson (1908-2004)

“La fotografia è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva perenne, che afferra l’attimo e la sua eternità…” (Henri Cartier-Bresson)

“Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi, sono mute perché devono parlare al cuore e agli occhi.” (Henri Cartier-Bresson)

“Il reportage è un’attività progressiva della testa, dell’occhio e del cuore per esprimere un problema, fissare un evento o una qualche impressione. Per me la fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un fatto da un lato e dall’altro dell’organizzazione rigorosa delle forme, visivamente percepite.” (Henri Cartier-Bresson)

“Non ce la caveremo mai con le parole, dal momento che esiste una grazia della fotografia. Scrittore troppo legato alla gleba, invidio a Cartier-Bresson di essere, al modo degli angeli, il messaggero degli dèi, colui che permette agli uomini di abitare il loro paese.” (Jean Claire, Introduzione a Les Européens, Paris, Editions du Seuil, 1997)

Fotografo francese, é considerato un pioniere del fotogiornalismo, tanto da meritare l’appelativo di “L’occhio de secolo”. Nasce in Francia nel 1908. Da ragazzo, studia pittura: é particolarmente attratto dal surrealismo francese. Ne 1930 compie un viaggio in Costa d’Avorio e, nel ’31, al suo ritorno, inizia a ricercare un modo per immortalare la realtà; vede la fotografia di Munkacsi dei ragazzi che corrono verso il mare, ed è lì che decide di esprimere la sua voglia di guardare la realtà attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica.

Così, ne 1932, acquista la sua prima macchina, una Leica 35 mm con lente 50 mm, che lo accompagnerà per molti anni. Nel 1934 conosce il fotografo polacco David Seymour e, successivamente, grazie a questi, il fotografo ungherese Robert Capa. Nel ’37 si accosta al cinema e fà da assistente al regista Jean Renoi, figlio del famoso pittore.

Durante la Seconda Guerra Mondiale entra nella Resistenza Francese continuando a svolgere la sua attività fotografica. Nel 1940 viene catturato dalle truppe naziste e solo al terzo tentativo riesce a fuggire dal carcere. Nel 1944, ci documenta la iberazione di Parigi. Finita la guerra, si dedica nuovamente al cinema, dirigendo Le Retour, un documentario sul ritorno in patria dei progionieri e deportati.

Intanto, nel ’46, viene a sapere che il Moma di New York, credendolo morto in guerra, vuole dedicargli una mostra postuma; si mette in contatto con il museo e per un anno si dedica alla preparazione dell’esposizione, che avverrà nel ’47.

Sempre in quell’anno, fonda, insieme a Capa, Rodger, Seymour e Vandivert, la famosa agenzia Magnum; iniziano i suoi viaggi per il mondo, realizzando numerosi reportage. E’ il primo fotografo occidentale a fotografare liberamente in Unione Sovietica dopo la guerra. Abbandonata la Magnum, negli anni ’60 é in Italia per la rivista Vogue, specialmente in Sardegna. Ancora, lavora come fotografo indipendente, realizzando ritratti di volti celebri.

Nel ’68, torna a suo primo amore artistico, la pittura, continuando tuttavia a scattare ritratti. Nel ’79, viene organizzata a New York una mostra tributo. Nel 2000 crea, insieme alla moglie e alla figlia, la Fondazione Henri Cartier-Bresson, che ha come scopo la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti.

Muore nel 2004, a novantacinque anni.

Teorico dell’istante decisivo in fotografia, non mette mai in posa i suoi soggetti. Le sue immagini sono spontanee senza mai per questo trascurare la combinazione degli elementi compositivi. Per dare un senso la mondo, disse, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che s’inquadra nel mirino. Dunque, intuito ma anche rigore, concentrazione, sensibilità e senso delle geometrie. Bresson é per l’uso minimale del mezzo; quasi sempre fedele al bianco e nero, in quanto mezzo di astrazione che trasfigura la realtà. Per lui, matita e obbiettivo sono due medium per interagire con il tempo: la fotografia é l’azione immediata; il disegno, la meditazione. Per Bresson, ciò che più conta, al di là del mezzo e del risultato finale, é l’atto del guardare. E per guardare bene, “bisognerebbe imparare a diventare sordomuti per meglio abbandonarsi alla gioia visiva”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *