STANLEY GREENE

(New York 1949 – Parigi 2017)

E’ morto poche settimane fa, il 19 maggio, uno dei più grandi fotoreporter di guerra, l’americano Stanley Greene. E’ stato ucciso a 68 anni da un’epatite contratta in Ciad, sembra per colpa di un rasoio infetto, mentre documentava l’ennesimo conflitto della sua carriera. Stroncato da un virus, lui che aveva rischiato la vita in tante occasioni, come quando si trovò nella Casa Bianca a Mosca, nel bel mezzo del colpo di Stato che destituì Gorbaciov, tra le truppe golpiste e i resistenti guidati da Boris Eltsin.

La biografia di Stanley Greene è però interessante già prima che diventasse fotoreporter. Era un afroamericano di Brooklyn, di una famiglia benestante. Entrambi i genitori erano infatti attori affermati. Erano anche impegnati politicamente, e per questo furono vittime della caccia alle streghe degli anni ’50 finendo nella lista nera dei sospettati di simpatie comuniste che, durante il maccartismo, significava l’ostracismo, l’impossibilità di lavorare (basta vedere il bellissimo film “Il prestanome” con Woody Allen per capire quegli anni). Con questi precedenti, non meraviglia scoprire che Stanley Greene ha aderito giovanissimo al Black Panther Party e al movimento per la fine della guerra in Vietnam. A beneficio dei più giovani, una digressione per ricordare, sia pure sommariamente, chi erano le Pantere Nere. Questa organizzazione rappresentava l’ala più radicale del movimento dei neri d’America contro la segregazione razziale. Le pantere nere erano gli epigoni di Malcom X, che rifiutavano la linea della non violenza professata da Martin Luther King, e che furono sconfitti dopo una dura repressione da parte dell’FBI. I massimi esponenti del Black Panther Party finirono o uccisi, come Fred Hampton, o in galera, come Angela Davis, o costretti a fuggire in esilio, come Stokely Carmichael. Pagarono un duro prezzo anche Tommie Smith e Jhon Carlos, i due atleti che conquistarono la medaglia d’oro e di bronzo nei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 e che sul podio, mentre suonava l’inno americano, per protesta abbassarono il capo e alzarono il pugno guantato di nero: un gesto che determinò la fine della loro carriera agonistica e anni di emarginazione e disoccupazione.

Tutto questo serve a comprendere con quale spirito Stanley Greene, che fotografava da quando, a 11 anni, i suoi genitori gli avevano regalato una reflex, accolse l’invito di un altro grande della storia della fotografia, William Eugene Smith, a dedicarsi al fotogiornalismo. Accolto come assistente nello studio di Smith, Greene seguì corsi di arti visive prima a New York e poi a San Francisco, dove fece il suo primo lavoro importante dedicato al mondo punk.

Fu negli anni ’80 che si trasferì in Europa, sembra per seguire una bella modella, e a Parigi cominciò a lavorare nel mondo della moda. La svolta ci fu nel 1989, a quarant’anni, quando si precipitò a Berlino dove stava finendo un’epoca. Con la sua inseparabile Leica e i suoi rullini (non si convertì mai al digitale e disprezzava la postproduzione) riuscì a documentare il crollo del Muro con immagini che sono diventate delle icone. E siccome i grandi non sono solo bravi, ma anche fortunati, ecco che quattro anni dopo si ritrovò un’altra volta nel posto giusto al momento giusto: a Mosca nei giorni del fallito colpo di Stato. Intrappolato nella Casa Bianca, venne malmenato e rischiò seriamente di non uscirne vivo, ma alla fine riuscì a riportare a casa incredibili immagini di quelle ore concitate.

Da quel momento, non c’è stato più un conflitto che non lo abbia visto presente con la sua macchina fotografica: in Cecenia, in Bosnia, in Ruanda, nel Libano, in Iraq, in Siria, nel Darfur, nel Ciad, in Afghanistan. Tra una guerra e l’altra, ebbe anche modo di tornare negli Usa, documentando i disastri lasciati dall’uragano Katrina, ma avendo anche modo di constatare sulla sua pelle che le discriminazioni razziali sopravvivevano ancora, almeno in Louisiana, nel 2005.

I reportage di Greene si riconoscono per la venatura di tristezza, di malinconia, che si ritrova nelle sue immagini. Non è che manchino le scene crude, le atrocità di tutte le guerre, ma nella maggior parte delle sue fotografie si vedono persone sole, tristi, o luoghi desolati dopo la tempesta di ferro e fuoco, con un uso del bianco e nero che enfatizza la drammaticità di quelle scene. Qualcuno ha parlato di teatralità e di romanticismo e le definizioni appaiono calzanti. Struggente è l’immagine di quella donna cecena che si intravvede dietro ad un vetro appannato: una giovane madre di Grozny a cui hanno appena ucciso il suo bambino. Come quell’altra donna, anziana, questa volta del Nagorno Karabakh, che si strugge davanti alla lapide della tomba del figlio soldato. Un senso di tristezza riesce a trasmetterla anche l’immagine del soldato che avanza solo, cauto, tra le macerie del suk di Aleppo. Una poetica che ritroviamo nelle foto che Greene fece a Parigi, nelle pause tra una guerra e l’altra. Esemplare l’immagine del clochard che dorme sulla panca della metropolitana, ai piedi di un grande manifesto che sembra volerci trasmettere lo sgomento del fotografo di fronte alla miseria. Perché Stanley Greene non si limitava a fissare momenti di realtà, ma cercava di comprenderla, di spiegarla a chi avrebbe poi visto le sue immagini. Lui scuoteva la testa quando vedeva giovani colleghi scattare come dei matti senza distinguere, come ebbe a dire, “uno sciita da un sunnita”.


He died a few weeks ago, on 19 may, one of the greatest American war photojournalist Stanley Greene. He was killed at 68 years old from contracted hepatitis in Chad, looks over a razor infected, while documenting yet another conflict in his career. Struck down by a virus, he had risked his life on many occasions, as when he found himself in the White House in Moscow, in the midst of the coup which dismissed Gorbachev, coup and the resistance troops led by Boris Eltsin.La biography of Stanley Greene is however interesting already before he became a photojournalist. Was an African American from Brooklyn, to a wealthy family. Both parents were established players. Also were politically motivated, and that’s why they were victims of the witch hunt of ’50 years finishing in the black list of suspected of Communist sympathies during the McCarthy era, meant ostracism, the inability to work (just look at the beautiful film “the figurehead” with Woody Allen to understand those years). With this background, it is not surprising to find that Stanley Greene has joined young to the Black Panther Party and the movement for an end to the war in Viet Nam. For the benefit of younger, an aside to remember, albeit summarily, who were the Black Panthers. This organization was the most radical wing of the movement of blacks of America against segregation. The Black Panthers were the followers of Malcolm X, who rejected the line of nonviolence professed by Martin Luther King, and they were defeated after a harsh repression by the FBI. Leading representatives of the Black Panther Party were either killed, like Fred Hampton, or in jail, as Angela Davis, or forced to flee into exile, as Stokely Carmichael. Paid a heavy price even Tommie Smith and John Carlos, the two athletes who won the gold medal and bronze medal in the 200 meters at Mexico City Olympics in 1968 and on the podium, while playing the American anthem to protesting drooped his head and lifted the black gloved fist: a gesture which brought about the end of their career and years of marginalization and unemployment. All this serves to understand with what spirit Stanley Greene, photographing since, at 11 years old, her parents had given an SLR, accepted the invitation of another great in the history of photography, William Eugene Smith, turned to photojournalism. Accepted as an Assistant in the studio of Smith, Greene followed courses of Visual Arts in New York and then to San Francisco, where he made his first important work dedicated to punk. It was in the years ‘ 80 who moved to Europe, seems to follow a beautiful model, and Paris began to work in the fashion world. The breakthrough was made in 1989, forty years, when he rushed to Berlin where she was finishing an era. With his inseparable Leica and his films (not converted to digital and despised postproduction) succeeded in documenting the collapse of the Berlin wall with images that have become icons. And since the great are not only talented, but also lucky, here’s that four years later he found himself again in the right place at the right time: in Moscow in the days of the failed coup. Trapped in the White House, was roughed up and risked seriously not to get out alive, but eventually managed to bring back incredible images of those frenzied hours. Since then, there has been more a conflict that he has not seen this with his camera: in Chechnya, Bosnia, Rwanda, Syria, Lebanon, Iraq, in Darfur, in Chad, in Afghanistan. Between a war and the other, also had way back in the Usa, documenting the ravages left by Hurricane Katrina, but also having seen firsthand that racial discrimination still survived, at least in Louisiana, in 2005. The travel reports of Greene can be recognised the grain of sadness, melancholy, which is found in his images. It is not that there is a lack of crude scenes, the atrocities of all wars, but in most of his photographs you see lonely, sad, or desolate places after the storm of iron and fire, with a use of black and white that punctuates the drama of those scenes. Someone spoke of theatricality and romance and definitions appear pertinent. Poignant is the picture of that Chechen woman who we can see behind the glass tarnished: a young mother in Grozny that they just killed her baby. Like that other woman, old style, this time of Nagorno-Karabakh, which melts before the inscription of the grave of the soldier son. A sense of sadness succeeds in transmitting the image of the soldier who advances only, cautious, in the rubble of the Souk of Aleppo. A poetics that we find in the photo that Greene did in Paris, during breaks between a war and the other. Copy the image of the homeless sleeping on the subway bench at the foot of a large poster that seems to be conveying the dismay of the photographer in front of the misery. Because Stanley Greene was not limited to fix moments of reality, but trying to understand it, to explain it to those who would later saw her pictures. He shook his head when he saw young colleagues taking like crazy without distinguishing, as he said, “a Shiite from a Sunni.”

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