LETIZIA BATTAGLIA

(Palermo, 1935)

Letizia Battaglia può essere definita, senza timore di sbagliare, una fotoreporter di guerra, e questo anche se non ha dovuto lasciare la sua terra per raccontare un conflitto feroce, con decine, centinaia di morti.

Una guerra che ha insanguinato le strade della sua città, Palermo, per decenni, in una misura che non ha paragoni, e non solo in Italia. Letizia Battaglia l’ha raccontata in tutta la sua drammaticità con uno stile inconfondibile, capace com’è di trasmettere l’orrore delle scene inquadrate dal suo obiettivo, ma sempre attenta anche ai particolari, ai dettagli che fanno meglio comprendere quello che accadeva in quegli anni. Ci sono i morti mafiosi, crivellati nei tanti regolamenti di conti interni a Cosa Nostra, quando i “viddani”, come si chiamano in Sicilia i contadini, decisero di partire da Corleone alla conquista della città sbaragliando le “famiglie” che fino a quel momento avevano “governato” Palermo dividendosi i quartieri con confini ben precisi. Letizia Battaglia fotografa questi “picciotti” massacrati dai sicari di Riina e Provenzano, ma le sue foto non sono una sequenza monotona di corpi inanimati. C’è ad esempio lo scatto in cui si vede il morto di spalle, con la maglietta sollevata che svela un grande tatuaggio sulla schiena: il volto di Gesù con la corona di spine. Un dettaglio, quello del tatuaggio, che però dice tanto del connubio, assurdo ma vero, che c’è sempre stato nei sedicenti “uomini d’onore” tra la ferocia e un’ostentata religiosità.

I mafiosi li ha fotografati anche da vivi, come in quello scatto che riprende uno dei più pericolosi boss, Leoluca Bagarella, al momento del suo arresto, con le manette ai polsi e con uno sguardo da belva in trappola mentre viene tenuto stretto da due carabinieri. E non è da meno lo sguardo di un altro mafioso di grosso calibro, Vito Ciancimino, immortalato da Letizia Battaglia quando era ancora il potentissimo sindaco della Dc, ma che da lì a poco sarebbe stato costretto a dimettersi perché travolto dai risultati delle inchieste della Commissione Parlamentare Antimafia.

Tra i morti fotografati da Letizia Battaglia ci sono però anche gli eroi che la mafia l’hanno combattuta fino alle estreme conseguenze. C’è Cesare Terranova, freddato alla guida della sua automobile a Palermo, dove era da poco tornato a fare il magistrato dopo essere stato eletto due volte alla Camera come indipendente di sinistra. C’è quello di Piersanti Mattarella, il presidente Dc della Regione che aveva combattuto Ciancimino: una foto straziante, in cui si vedono solo le gambe del politico mentre viene estratto il suo corpo dall’automobile e due donne, una delle quali è la vedova che gli era seduta accanto quando il killer ha fatto fuoco.

Lunghissimo sarebbe poi l’elenco delle altre vittime di mafia che Letizia Battaglia ha fotografato mentre erano ancora in vita, impegnati nel loro pericoloso lavoro, o dei loro parenti. Quella che emoziona di più è senza dubbio il ritratto di Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani, uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone. La foto venne scattata nella cattedrale di Palermo, durante il funerale delle vittime di Capaci. Ricordiamo tutti le strazianti parole pronunciate da quella giovane donna durante la funzione religiosa. Letizia Battaglia l’ha fotografata con gli occhi chiusi, il volto dolente, e con un raggio di luce che le illumina metà volto, lasciando tutto il resto in ombra. E’ come se quella linea segnasse un prima e un dopo, uno spartiacque tra la vita precedente alla tragedia e la sofferenza del presente.

Le foto di mafia sono quelle che hanno reso celebre Letizia Battaglia, facendola diventare una delle più importanti fotografe italiane del ‘900. Ma sarebbe riduttivo parlare solo di questo filone, sia pure imponente, della sua produzione. Altre immagini meritano attenzione, come quelle fatte tra il ’71 e il ’73, quando viveva a Milano. Di quel periodo sono alcuni ritratti di personalità del mondo della cultura che ebbe modo di conoscere. E sono di quell’epoca i bellissimi ritratti di Pier Paolo Pasolini e di Dacia Maraini, e anche di Franca Rame, fotografata in mezzo ad una folla di ragazzi accorsi alla Palazzina Liberty di Milano dove insieme al marito Dario Fo metteva in scena i suoi spettacoli.

Ma il cuore ha sempre riportato Letizia Battaglia nella sua Palermo, dove aveva un occhio particolare per i giovanissimi, ragazzini e ragazzine dei quartieri più poveri, ai margini della società. Li chiamano “malacarne”, e questo perché vengono considerati inesorabilmente destinati ad una vita fatta di espedienti e di illegalità. Lei li ha fotografati in modo oggettivo, senza fronzoli, ma con grandissima umanità.

In questi ultimi anni Letizia Battaglia si è dedicata in particolare all’allestimento di grandi mostre che riassumono la sua vita professionale. Sperimenta anche, rielaborando vecchie foto delle guerre di mafia con la sovrapposizione di immagini attuali di giovani fanciulle. I risultati sono discutibili, ma denotano comunque la grande voglia di continuare il suo impegno sociale con l’arte a cui ha dedicato l’intera esistenza.


Letizia Battaglia can be defined, without fear of making mistakes, a war photojournalist, even if he had to leave his homeland to tell a fierce conflict, with dozens, hundreds of dead. A war that has bloodied the streets of his city, Palermo, for decades, to an extent that is unmatched, and not only in Italy. Letizia Battaglia told in all its drama with a unique style, capable of conveying the horror of the scenes framed by its target, but always attentive to details, to details that make better understand what was happening in those years. We are the dead mobsters, riddled in settling scores within Cosa Nostra, when “such”, as they’re called in Sicily the farmers from Corleone, the conquest of the city beating off the “families” which until then had “ruled” Palermo dividing the neighborhoods with clearly defined boundaries. Letizia Battaglia photographing these “boys” massacred by gunmen of Riina and Provenzano, but her pictures are not a monotone sequence of inanimate bodies. There is for example the shot where you see the dead from behind, with her shirt raised that reveals a large tattoo on his back: the face of Jesus with a Crown of thorns. A detail of the tattoo, but says much of the combination, absurd, but true, that has always been there in the so-called “men of honour” between the wildness and an ostentatious religiosity. The mafia also photographed them in life, as in the one shot that takes up one of the most dangerous bosses, Leoluca Bagarella, at the time of his arrest, in handcuffs and with a closer look the beast in a trap while being held by two policemen. It is no less the look of another mobster, heavy gauge, Vito Ciancimino, immortalised by Letizia Battaglia when she was still the powerful Mayor of Dc, but shortly thereafter he would be forced to resign because overwhelmed by the results of investigations of the Antimafia Commission. Among the dead photographed by Letizia Battaglia but there are also the heroes that the mafia they fought up to the extreme. There is Cesare Terranova, gunned down driving his car in Palermo, where he had recently returned to make a magistrate after he was elected twice to the House as an independent. Is that of Piersanti Mattarella, the President of the Dc Region who had fought Ciancimino: a heartbreaking picture, where you only see the legs of the politician while his body is extracted from the car and two women, one of which is the widow who was sitting next to him when the gunman fired. Long would then the list of other victims of mafia that Letizia Battaglia has photographed while they were still alive, engaged in their dangerous work, or their relatives. What excites me most is undoubtedly the portrait of Rosaria Costa, the widow of Vito Schifani, one of the agents of Giovanni Falcone. The photograph was taken in the Cathedral of Palermo, during the funeral of the victims of Capaci. We all remember the heartbreaking words spoken by one young woman during church service. Letizia Battaglia he photographed with his eyes closed, his face sore, and with a beam of light that illuminates the mid face, leaving everything else in the shade. It’s like that line scored a before and after, a watershed between life before the tragedy and suffering of the present. Photos of mafia are those that have made Letizia Battaglia, making it one of the most important Italian photographers of the ‘ 900. But it would be simplistic to talk only about this trend, albeit impressive, of its production. Other images deserve attention, such as those made between ‘ 71 and ‘ 73, when he lived in Milan. From that era are some portraits of personalities from the world of culture that had to know. And at that time the beautiful portraits of Pier Paolo Pasolini and of Dacia Maraini, and Franca Rame, photographed in the midst of a crowd of boys flocked to the Palazzina Liberty in Milan where she and her husband Dario Fo wore on stage its shows. But the heart has always reported Letizia Battaglia in his Palermo, where he had an eye for young people, boys and girls of the poorest districts, on the margins of society. They call them “m”, and this is because are considered inexorably destined to a life of gimmicks and illegality. She photographed them objectively, no frills, but with great humanity. In recent years she devoted in particular to Letizia Battaglia staging of major exhibitions that sum up his professional life. Also experiences, reworking old photos of mafia wars with the overlapping of current pictures of young girls. The results are questionable, but denote anyway the great desire to continue his social commitment with the art to which he dedicated his whole life.

 

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