a cura di Viviana Di Leo – docente materia: Vita e opere dei grandi Maestri della fotografia

Robert Frank (Zurigo, Svizzera, 1924)

“Il bianco ed il nero sono i colori della fotografia; per me simboleggiano l’alternativa della speranza e della disperazione che l’umanità subisce per sempre”.

Robert Frank é considerato l’outsider che sovvertì la grammatica della fotografia. Influenzato da Goothard Schuh e dallo studio dei pittori dell’espressionismo astratto, e formatosi fotograficamente con Alexey Brodovitch, innovatore fotografo di moda russo per Harper’s Bazaar, Frank si ribella alla nozione popolare degli anni ’50 che la fotografia fosse una lingua universale facilmente comprensibile da tutti. A lui non interessa realizzare un’ immagine semplice, che dica tutto, quanto più un’ immagine che veicoli potenza, energia, emozione. Che faccia interrogare il suo osservatore. Proprio da Brodovitch ha imparato a rispondere alle situazioni non analiticamente o intellettualmente ma emotivamente e in maniera del tutto personale.

Frank utilizza la sfocatura, contrasti estremi (consapevole di trascurare la necessità di creare un’immagine con una buona gamma tonale), una messa a fuoco imprecisa, forme di grandi dimensioni in primo piano, ritagli radicali e, sovente, in fase di sviluppo, candeggia i negativi. Astratto, evocativo, volutamente “impreciso”; i suoi soggetti hanno spesso un alone di inquietudine e ambiguità. Egli é un purista visivo (non in riferimento alla qualità delle immagini. A Frank non importa la risoluzione, la nitidezza, l’effetto bokeh e tutte le altre cose che la maggior parte dei fotografi scambiano per qualità; le sue immagini migliori sono libere da tutte queste preoccupazioni): il fotografo deve far parlare le immagini.

In “The Americans”, il suo più grande progetto, troviamo tutto questo. Il libro omonimo, pubblicato per la prima volta nel 1958, consta di ottantatré fotografie in bianco e nero e nasce quando é la straight photography a dettare i canoni della fotografica: immagini singole, non progetti, per mostrare ciò che ci circonda. L’interpretazione dell’America di Frank viene invece riassunta attraverso un collettivo di immagini nelle quali gli non si limita alla semplice documentazione ma fa un lavoro più soggettivo che spinga l’osservatore a domandarsi cosa stia guardando, sfidando i proprio pregiudizi e le proprie opinioni sull’America.

Frank vede l’America come uno straniero, perciò mostra chiaramente il lato oscuro della sua società, come il razzismo, il consumismo di massa, il divario tra ricchi e poveri. Anzi, li mette in evidenza (cosa che, a livello fotografico, non era mai stata fatta prima). Ed é per tutti questi motivi che “The Americans” é uno dei libri fotografici più influenti, che ha ispirato e continua ad ispirare moltissimi fotografi. Una ballata americana on the road sull’altra faccia del sogno made in Usa.

Tuttavia, il progetto, alla sua realizzazione, viene demolito dai critici con l’accusa che Frank disprezzi qualsiasi standard di qualità e disciplina estetica; eccessivo utilizzo della sfocatura, grana troppo evidente, orizzonti ubriachi e sciatteria generale sono solo alcune delle critiche che gli sono state mosse. Eppure, con “The Americans”, Frank ha dato vita ad un progetto significativo e memorabile. Innovativo. Frank é poco più che trentenne quando lascia Zurigo, “troppo piccola, troppo chiusa” per lui, e, a bordo di una vecchia auto di seconda mano, intraprende un viaggio in America per oltre diecimila miglia, attraversando ben quarantotto stati in nove mesi. A New York incontra alcuni dei fotografi più influenti del momento come Andre Kertesz e Walker Evans. Dopo aver vagato per sei anni tra le strade della grande città inizia il suo profondo scoraggiamento: i suoi lavori vengono puntualmente respinti dalle grandi riviste, Life Magazine in primis.

Incoraggiato dagli amici fotografi e da Brodovitch, nel 1955 fà domanda per una borsa di studio alla Guggenheim e, con sua grande sorpresa, é il primo fotografo europeo ad aggiudicarsi il premio. E’ con quei soldi che finanzia il progetto di “The Americans”. Al suo ritorno a New York, Frank trascorre un anno alla sviluppo dei rullini, alla selezione e alla scelta della sequenza per il libro.

Nel ’71, parlando delle fotografie del libro, Frank disse: “penso che ce ne siano solo due o tre in cui ho davvero parlato con qualcuno; per la maggior parte del tempo sono stato in assoluto silenzio… beh, questo é il mio temperamento, essere silenzioso e guardare solamente. Quel che mi piace della fotografia é precisamente questo: che posso andare via e stare zitto, fare tutto molto rapidamente senza coinvolgimento diretto”.

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